Mi sembra doveroso raccontare la mia esperienza perché altri neofiti come me non cadano nello stesso errore, soprattutto psicologico.
Domenica 10 giugno. Giornata di sole. Dopo intense settimane di esami col mio solito gruppo di amici decidiamo che è arrivato il giorno tanto atteso di farci quel classico bel giretto che da Roma attraverso la braccianese porta a Tolfa. Io ero un po' titubante, visto che negli ultimi giorni (sic!) avevo notato che avevo bisogno di procedere a un mio ritmo più tranquillo per cercare la massima pulizia e fluidità, e invece i miei amici, noti smanettoni, avrebbero tenuto un passo spedito. Pazienza, mi dico, me ne andrò per conto mio.
Partiamo, tutto tranquillo. Mi sembra - mai fidarsi delle apparenze! - di poter tenere il ritmo di chi conduce, un mio amico con una ninja 600 bianca. Galvanizzato da questa piccola conquista, mi lascio un po' troppo andare. Prima sosta, prima di arrivare su a Tolfa, a un benzinaio. Un signore in macchina, ex motociclista, ci mette in guardia: ogni giorno su quella strada c'è un nuovo mazzolino di fiori.
Perfetto, staremo attenti, ci diciamo. La strada si va intorpidendo. Prendiamo la Braccianese Claudia. Strada perfetta, asfalto perfetto: un invito alla piega, un invito ad aprire il gas.
E curve traditrici.
Non chiedetemi quale. Io non ricordo niente. Come in un sogno, ricordo l'immagine di un'audi grigia che mi suona, mentre io come un'idiota mi allargo nell'altra corsia. Non era così vicina, e sicuramente se invece di pinzare avessi dato più gas, non sarebbe accaduto nulla. Se avessi potuto immaginare che la curva era così stretta, non sarebbe accaduto nulla. Se... Ma non di se si vive.
Il buio. Una cosa sola ho in mente: ho osato troppo. Ho voluto superare i miei limiti. Consapevolmente. Sono certo che se fossi stato da solo, questo incidente non sarebbe successo. Il branco, la cosa più stupida e basilare, mi ha fregato. Fottuto. Quello non era il mio ritmo. Sarei dovuto rimanere indietro. Assaporare le curve. Niente.
Mi risveglio: due uomini in rosso su di me. Mi sembra di dormire, sognare. "Ma sto male?" mi chiedo. "Ma ho fatto il botto? Ma davvero ho fatto il botto?". Quasi frigno. "Ma è grave? Ma c***o è grave?" Loro ridono, il mio amico ride. "No - mi dicono - chiacchieri, ti lagni, tranquillo. Così grave non è."
Accanto a me un mio altro amico zoppica. Un flash: la mia moto distesa per terra, una macchia bianca, poi mi caricano in ambulanza. Provo ad alzarmi, ma non se ne parla: troppo dolore ovunque. Riesco a muovere ogni singolo muscolo però. Tiro un sospiro di sollievo.
Mentre andiamo (sento ogni singola buca della strada) verso l'ospedale, capisco dal racconto che mi fanno che mi sono schiantato contro il parafango dell'audi. Sono volato contro il parabrezza, rotolato sulla strada. Svenuto per dieci minuti. La mia moto si è trasformata in una trottola mortale, e ha buttato giù la ninja verde di un altro mio amico dietro di me. Lui sta bene, zoppica un po', ma dice che aspetterà suo padre e verrà in ospedale per conto suo.
Quando arrivo, sono stranamente rilassato. Sto a pezzi, rimbambito, ma dentro di me so di stare bene. Rido, scherzo, faccio battute. I medici (tutti bravissimi ed efficienti) ridono con me. Codice rosso: è vero, ma faccio un'ecografia, e tutto negativo, una tac completa, tutto negativo, una radiografia completa: tutto negativo. Qualcuno bisbiglia la parola miracolo. Io comincio a chiedere cosa è stato della mia moto, comincio a dire che voglio tornare in sella, costi quello che costi. Mi ficcano un catetere (

Aiutati, mi dico, che il cielo t'aiuta. Se stavo in t-shirt e bermudini poteva scendere anche il padreterno in persona.
24 ore dopo, mi levano il catetere. Mi danno il permesso di mangiare. Riesco ad alzarmi, cammino, vado in bagno normalmente. E' vero, mi dico, sono stato estremamente fortunato. Ed estremamente stupido.
48 ore dopo finisce la mia osservazione. Non ho nulla, sto meglio, mi dimettono con un po' di incredulità. Li ringrazio, li saluto. Zoppo, malandato, acciaccato, ma tutto intero, me ne torno a casa. La mia moto a rottamare, ma io sto già litignado perché intendo - con calma, ma al più presto - procurarmene un'altra. Perché sono stato stupido, e ho imparato da questo mio errore. E ho imparato che non voglio smettere.
Aiutati che il cielo t'aiuta.

