Molto spesso la motocicletta è demonizzata, come pure la figura del motociclista. Forse, di questi tempi, un poco meno che in passato, quando la cinematografia americana influenzava le masse (e non solo) con le rocambolesche avventure di bande di motociclisti belli e maledetti.
Una cosa non ho mai sentito, ma ritengo vera per esperienza personale: che la moto aiuti la vita, aiuti a curarsi.
Già l'entusiasmo, il piacere, i desiderio di vita che dona, sono innegabili aiuti che tutti, giornalmente, sperimentano, ma potrebbe esserci di più.
L'anno scorso io mi ruppi la spalla in un incidente domestico (assurdo). Frattura in sette pezzi e frammenti d'osso lussati posteriormente con muscoli e tendini. Dolore indescrivibile ed irrisolvibile. Due interventi ed oggi, vivo con un escursione del braccio destro limitata, sia in altezza che nella rotazione laterale: anche mettermi una giacca è diventato difficile.
Uno dei primi pensieri razionali durante quei giorni di sofferenza è stato: non potrò andare mai più in moto. La reazione è stata un pensiero opposto: "fin che mi mantengo in sella ci andrò."
Tra il dire ed il fare c'è di mezzo il mare, purtroppo, e dopo qualche mese dall'operazione ancora mi ritrovavo in uno stato pietoso: il braccio non si staccava dal torace se non che per qualche grado, ed avevo una postura stortissima con la spalla destra rialzata rispetto alla sinistra. Nessun movimento od azione mi era consentito.
Ma qualche mese di invalidità, incomincia ad oscurare ogni prospettiva, ed è stato li, che la moto ha incominciato a diventare terapeutica.
Una volta ogni due giorni mi recavo nel box, la guardavo e tentavo di... innervosirmi: raggruppare forza, forse, per reggere al dolore. Vi salivo in sella, sempre col braccio conserto ed inutilizzato, poi, col sinistro, forzavo il destro ad aprirsi fino a potere sfiorare il manubrio.
Successivamente lo presi il manubrio, afferrandolo. Poi mi sono poggiato col corpo, ed ancora, successivamente, tolsi la moto dal cavalletto e la spinsi fuori dal box.
L'azione di spingerla fuori ricordo mi procurò dolore, molto, ma ce la feci, poi, sempre a motore spento, la feci rientrare e mi riposai, piegato in due, sudato, col cuore che pulsava forte, ed il dolore che mi invadeva. Eppure, ero riuscito a portarla fuori tenendola per il manubrio: appena due settimane prima non ci sarei riuscito.
I progressi furono lenti, ma imputabili agli esercizi col mio mezzo più che alla fisioterapia: il mio primo giretto con la moto a motore acceso per le vie di comunicazione dei box seguiva un andamento circolare girando sempre a destra: non potevo voltare a sinistra perché il braccio non poteva stendersi. Fu come camminare di nuovo: sentirsi portare, con delicatezza da un mezzo di 200 cavalli: è come se l'azione stessa lo umanizzasse. Intimamente ringraziavo la sua omogeneità e la sua delicatezza nell'erogazione. Ringraziai quella mancanza di prepotenza che non era assolutamente congeniale alla sua natura pistaiola.
I primi giri fuori furono fatti con dolore: dolore e paura, fors'anche una certa dose di scoraggiamento. Mi sentivo vulnerabile, tanto, troppo, dovevo rinunciare... rinunciare?
Ricordo che la sensazione di fragilità permaneva, mi sentivo tutto rotto, la mente giocava brutti scherzi, mi ripetevo di continuo: "perché hai paura, paura di cosa? Mica hai fatto un incidente con la moto, perché ti fa paura?"
In realtà, tolto che oramai dopo sette mesi dall'incidente riuscivo a portarla decentemente, mi erano negati itinerari superiori ai 160 chilometri giornalieri, e, tutto ciò che facevo con la moto era comunque dolore, ed il dolore oscura il piacere ma...
Ma una volta arrivato alla meta con gli amici era gioia, euforia pura, mi allontanavo di qualche passo dalla moto e la guardavo: ora dobbiamo tornare indietro piccola, ce la faremo vero?
Quante volte ho rischiato di non farcela al ritorno e inventavo scuse con gli amici mandandoli avanti. Ma sono sempre tornato. Intanto mi irrobustivo sempre più.
Permaneva la sensazione di paura, però, ed allora decisi, oppure dovrei dire decidemmo? Feci la mia prima pistata (aiutato nel mio stato da un istruttore che però non conosceva il mio deficit). Quelle foto le ho postate, ne sono orgoglioso, le guardo e riguardo come se avessi scalato l'Everest.
Ora non ho più paura, ho fatto altre pistate (sempre col dolore) ma sempre con immensa gioia.
Ma il dolore, stranamente si è spostato dalla spalla alla schiena. Da principio pensavo fosse normale, poi è aumentato, riducendo nuovamente la mia resistenza motociclistica.
Sono andato da un medico che dopo avere notato che non avevo riflessi sulle braccia, ne' tatto, mi ha prescritto d'urgenza una risonanza magnetica.
Forse ho un tumore alla spina dorsale, forse. La cosa buona è che non sembra ci siano metastasi in corso, (potrebbe essere pure una brutta frattura alla schiena procuratami quando mi rompetti la spalla ed ora anche malamente calcificata) ora debbo completare gli esami con la scintigrafia. Il poi non lo conosco ma non ne faccio un dramma, semplicemente, non voglio fermarmi e, se tumore è, voglio vivere intensamente.
Sono sceso nel box, l'ho guardata a lungo e le ho sussurrato: "mi aiuti ancora piccola? Ce la faremo!"
Non mi ha risposto, ma io la risposta la conosco, la odo ogni volta che la metto in moto: "io sono te fin quando lo vorrai e non ascoltare chi dice che non ce la farai, dai gas"!
