Questo racconto è in parte vero e in parte romanzato, del resto è stato scritto dopo un viaggio in moto, con una moto non mia. Ho dovuto cambiare i particolari perché comunque non mi va che certe paure e certi comportamenti si sappiano troppo.

Ma veniamo all’inizio era appena finita l’estate, eravamo alla fine di agosto, ma il periodo esatto non lo posso dire, è passato qualche anno.
Molte cose si sono “intrecciate” il mio ritorno in fabbrica dalle ferie, la sospensione della patente di Beppe (nome modificato, il vero Beppe è automobilista al 100%, questo è un altro) il cambio delle leggi sull’alcool, il pompone, i suoceri… tante cose alla quale darò un filo logico e cercherò di spiegare.
Beppe era stato fermato con la macchina del padre, un po’ fuori come alcool, lungi da me fargli una critica (sono 12 anni che non bevo più ma prima potevano fermare anche me ed ero più o meno ai suoi livelli, bè forse però quando bevevo aspettavo che mi passasse prima di guidare) e gli avevano sospeso la patente.

Era il periodo che molte auto/moto finivano all’asta ma a lui era andata bene, la punto non era intestata a lui.

In compenso era intestata a lui la moto, un monster “da ricchi” col raffreddamento a liquido e le marmitte dallo stesso lato (non chiedetemi che modello è ne hanno fatte in tutti i tipi e in tutte le salse) ben diversa da quella di “pisellino” che un 600 a carburatori senza radiatore. E la stessa moto era ora posteggiata da una settimana in una via di Diano Marina, non guidabile più né da lui (senza patente) né da suo padre (non ha mai guidato una moto).
Perché portarla via da lì ? Per tanti motivi, la salsedine, il caldo, il rischio furti e (appunto perché le leggi erano da poco state approvate) e applicate si temeva una “ripicca” nei confronti del mezzo. Tutti timori rimasti infondati, nessuno in divisa si è mai presentato a chiedere dove fosse la moto di Beppe. Un altro timore ma lo scrivo qui e non lo dico al proprietario è quello che il figlio corresse il “rischio” e la usasse lo stesso anche senza patente.
Avevo parlato al telefono con suo padre, mi aveva chiamato lui ed era lui che aveva avuto l’idea di portarla dai suoceri, in Val Varaita al sicuro dentro un giardino privato.
Beppe all’inizio voleva caricarla sul furgone del mercato, ma un po’ perché pesa parecchio e un po’ perché si dovevano smontare tutte le scaffalature e attrezzature interne del mezzo l’idea è stata accantonata.
Dunque… un pompone, Beppe, un freddo nuvoloso sabato mattina alla fine di agosto… veniamo all’inizio.
Ero arrivato a Diano con il treno, l’ultima volta che avevo preso quel treno era per andare alla caserma Camandone… per il militare! A Diano ero sempre andato con la moto su interminabili “passeggi” sull’Aurelia tra bambini che ti passano quasi sotto alle ruote e signore che odorano di carne cotta sotto al sole, Beppe mi aspettava alla stazione, mi ero portato dietro il mio casco con le fiamme e la giacca con le frange con toppe metal, ho solo quelli, guanti zero (con l’harley non li suo fino a ottobre), un pezzetto a piedi ed eccola lì, posteggiata a un tiro di sputo dal passaggio a livello.
Tempo un minuto o due e se ne arriva con un giubbotto, un casco serio e uno zainetto.
E via… partiamo salgo, giro la chiave, il cruscotto mi saluta muovendo le lancette e accendendo tutte le spie: START e il pompone inizia a borbottare, punto bene i piedi e Beppe si accomoda, sento le sue mani passarmi ai fianchi e afferrare il serbatoio.
Tiro la frizione e un rumore sferragliante mi fa capire che non sono sullo sporty, butto giù il cambio, un colpo deciso e… il nulla mi aspettavo una legnata come sull’americana ma un timido “ticik” e lo spegnersi della spia del folle mi fa capire che lei è pronta a muovere.
Si parte, guardo negli specchi innesto dolcemente (molto dolcemente su una moto che non conosco) e si va.
Un giro pacifico nelle viuzze di Diano, tra sensi unici, negozianti al lavoro accompagnato dal rumore delle “bombarde” di carbonio e da Beppe appollaiato dietro.
Arriviamo all’Aurelia, passeggiando ci dirigiamo a Imperia, il bicilindrico borbotta, cerco di fargli tenere i 2000/ 3000 giri ma è un po’ recalcitrante, devo andare molto dolce con la manetta. Inoltre tende a spegnersi, devi sostenerlo con un goccio di gas ai semafori. Non ho tempo a farlo distendere un goccio che siamo sempre fermi, sebbene il “15” di agosto sia già passato c’è parecchio traffico, ogni tanto guardo la temperatura del motore ma sta bello basso, un problema in meno.
Con Beppe scambiamo un po’ di parole, sulla strada il tempo e in un attimo arriviamo nel centro di Imperia, il pompone ora gira regolare, scalcia un po’ meno, voleva solo sgranchirsi la gola, in un attimo siamo sulla strada del colle di Nava, effettivamente fargli tenere i 60 ad andatura “HD” è difficile, sarà il poco peso o la diversa erogazione ma i km comunque passano, i discorsi con Beppe variano, si passa da “come ti sembra che gira” ai paragoni che gli faccio con l’Harley.
Parliamo di quella sera, del posto di blocco, e di quando lo hanno beccato, e si snocciolano ricordi dei tempi andati… dell’università e delle serate in giro per Torino a fare casino.
In un attimo arriviamo a Pieve di Teco, guardo ancora la temperatura del motore sulle cifre di destra… bè ora siamo un po’ più alti ma sempre lontani dai 130 che ho visto sull’harley!
E contino a farla camminare, ho toccato un paio di volte gli 80, ma su queste stradine, da un paesino all’altro e con l’aria che fa lacrimare gli occhi non è possibile fare di più.
In compenso sto notando che questa frena… veramente, tutti i colli che ho fatto con l’harley mi facevano strizzare la leva dell’anteriore come se tirassi il collo alla suocera, qui basta un dito.
E si continua, curva, controcurva, un susseguirsi di seconda-terza per non fare scendere il motore sotto ai 2200 giri e non farlo strappare. Una curva la faccio in prima aiutandomi con la frizione. In compenso non ho sentito toccare sotto nulla, con la mia sarebbe stato un raspare continuo anche ai 40 all’ora.
Veniamo superati da un paio di scooteroni, un cbr che aveva parecchia fretta e incrocio un paio di harley che saluto con la mano.
Pensavo meglio, a dire la verità, l’ultimo pompone da me guidato era il cagivone 750 ma questo sembra un po’ più “impastato” per erogare un goccio deve passare i 4000 ed essendo in due e in salita cerco di farlo andare con un filo di gas, non c’è feeling o forse manca l’abitudine. O sono io che non lo voglio sforzare.
Non ho tempo di pensare ad altro che inizia la discesa, tutto di freno motore sfiorando leggermente i freni, noto che l’innesto frizione è un poco brusco, ma almeno la leva è morbida.
Le sospensioni lavorano assai bene… meno male.
Pacificamente sorpasso un vecchietto con il pandino, e arrivo quasi a 6000 giri, effettivamente spinge… abituato come sono ad avere la zona rossa a 6500, questa sembra soltanto svegliarsi a quei giri lì.
Poi finita la discesa è tutta strada monotona, benziamo a Mondovì e via verso la Valle Varaita arrivando a casa dei suoceri per mezzogiorno.
Beppe scende e sento che la moto si alza dietro, vuol dire che siamo arrivati, mi sento decisamente più tranquillo ora.
La spingiamo fin dentro la legnaia in mezzo a ragnatele e legno accatastato.
Il suocero è un tipo un po’ cicciotello che puzza decisamente di sigaro, scambiamo 2 parole anche con lui.
Ed ora ci aspetta un bel piatto fumante di pastasciutta… e veniamo alle domande, viaggiato bene, c’era traffico. Diciamo che tutto è bene quello che finisce bene, specialmente dal punto di vista cuciniero.
Una vocina dentro di me mi chiede: “dubbi ne hai avuti” bè si, un po’ la sensazione di una moto che ha la ruota dietro agganciata da un lato solo, magari non si staccherà mai, ma se tutte le altre lo fanno diversamente… bè io la penso così.

Posso dire di aver guidato un pompone “da ricchi” in grado (in teoria poi io non l’ho provato) di passare i 230 ma mi è sembrato un goccio scorbutico, si è perso quel carattere pacifico che mi ricordavo della mia cagivona. Non mi sembrava un grande arrampicatrice questa qui, forse perché non la conosco bene. Probabilmente qualcuno nel forum ce l’ha uguale e la pensa diversamente, ma ne avranno vendute molto poche, il vero monster è piccolo, a carburatori e soprattutto senza radiatore!
Durante il viaggio di ritorno verso casa mia, trasportato con la zafira del suocero, tra nuvole di fumo del toscano e discorsi su come “si era” saltano fuori storie di un tempo che fu, quando le moto arrivavano a 160, ora qualcuna in teoria li può fare in prima.
Si parla delle multe, dell’alcool e della sconsideratezza dei giovani, poi mi dice che terrà le chiavi della moto insieme alle cartucce e al fucile nell’armadietto blindato, aveva avuto un lungo discorso con il padre… prima… e la parola tentazione per il figlio era parecchio grande… bè almeno adesso il “mostro” è al sicuro.